I migranti climatici, un problema mondiale ed europeo

Pensiamo che gli effetti climatici violenti che si verificano in altri Paesi, le sue distruzioni e gli effetti che  si ripercuotono sulle popolazioni colpite siano qualcosa di lontano. Tuttavia, i migranti climatici e ambientali sono un problema mondiale ed europeo con cui dobbiamo confrontarci.

Se gli effetti del riscaldamento globale che influiscono sul clima e sull’ambiente sono ampiamente trattati, il tema dei migranti climatici colpevolmente non lo è, nonostante i due argomenti siano strettamente legati da una relazione di causa-effetto.

MIGRANTI AMBIENTALI: UNA DEFINIZIONE

Partiamo dalla definizione dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM):

“I migranti ambientali sono persone o gruppi di persone che, principalmente a causa di cambiamenti improvvisi o graduali dell’ambiente che influiscono negativamente sulle loro condizioni di vita, sono costrette ad abbandonare le loro residenze abituali, o scelgono di farlo, sia temporaneamente che permanentemente, sia nel loro stesso paese che al di fuori di esso” 

Gli eventi climatici estremi si sono verificati sempre più frequentemente in Europa ed il loro numero è passato da 43 nel 2016 a 100 nel 2019,  senza considerare che già nei primi mesi del 2020 molte tempeste hanno causato danni milionari soprattutto sulla costa atlantica.

Nell’intera zona europea possono contarsi circa settecentomila sfollati negli ultimi dieci anni, un numero che sarà destinato a salire con il passare del tempo se non si agisce subito.

Consideriamo anche che un gran numero di sfollati e migranti costretti a lasciare le loro abitazioni, non si descrivono come “migranti climatici” ma molti  attribuiscono la loro migrazione a motivi economici, come la povertà o la disoccupazione.

Neppure loro che vivono in prima persona questi eventi catastrofici sono in grado di comprenderne l’entità, riconducendo la  decisione di abbandonare le loro terre alle cause profonde del deterioramento ambientale e all’impoverimento di terreni produttivi.

UNA STIMA DIFFICILE

Bisogna tuttavia fare una considerazione: le ondate migratorie riconducibili a fattori climatici e ambientali sono sicuramente situazioni complesse e inevitabilmente legate a motivi economici, sociali e politici.

L’atto volontario di spostarsi, inoltre, è legato  indissolubilmente alle risorse economiche di cui dispongono le varie comunità; di conseguenza, le comunità più povere e magari vittime del cambiamento climatico non avranno la stessa possibilità di  spostarsi di altre persone.

Tutto ciò rende più difficoltoso fare delle stime precise riguardanti le migrazioni climatiche. Sicuramente queste dipenderanno dalla risposta, positiva o negativa, che l’umanità saprà dare alla crisi climatica che ci sta colpendo con sempre più insistenza.

LE ZONE A RISCHIO

Esistono zone geografiche che sono e saranno più soggette a questo tipo di migrazioni, in particolare il Sud e l’Est asiatico. A queste si aggiungono molte delle principali metropoli (Giacarta, Shangai, Tokyo, Manila, Bangkok e Mumbai) che sono costruite sul mare e ne sono direttamente minacciate dall’innalzamento;  secondo l’OIM (ndr. Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) anche l’Africa è da considerarsi in pericolo, in particolare il Delta del Nilo e la costa occidentale del continente.

Purtroppo, al momento non ci sono sufficienti preparativi per affrontare questi problemi che sono già attuali e che andranno peggiorando.

IL DIRITTO INTERNAZIONALE

La Convenzione di Ginevra del 1951 e il Protocollo relativo allo Status di rifugiato del 1967 identificano lo status di rifugiato a chi è direttamente minacciato e soggetto a persecuzioni per motivi legati all’etnia, alla religione, alle opinioni politiche, alla nazionalità ma non tengono conto delle dinamiche ambientali, che oggi per il cambiamento climatico si fanno molto più evidenti e pericolosi.

Inoltre, vengono definiti rifugiati solo coloro che fuggono dal loro paese, mentre come detto in precedenza, i cambiamenti climatici non necessariamente producono uno spostamento delle persone verso un altro paese ma anche solo all’interno dello stesso.

La creazione di uno Status di rifugiato climatico potenzialmente significherebbe la possibilità per milioni di persone fare richiesta di asilo e, per questo motivo, molti Paesi occidentali non prendono provvedimenti in merito.

Un caso emblematico è rappresentato da Ioane Teitiota, il primo rifugiato climatico fuggito dall’atollo di Tarawa delle isole delle Kiribati, in mezzo all’Oceano Pacifico, verso la Nuova Zelanda a causa dell’innalzamento del livello del mare. Ioane è stato alla fine espulso insieme alla sua famiglia dal paese neozelandese, una decisione tra l’altro avvallata dall’ONU.

La situazione si presenta critica nell’immediato futuro: ci troviamo davanti a una sfida grandissima e impegnativa, una sfida che richiede un apporto, anche minimo, da parte di tutti, una battaglia che più di ogni altra riguarda il futuro e appartiene ai giovani. Sapremo raccoglierla?


Fonti:

Euronews

Il Post

La Stampa

Credits:

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