La Marmolada e gli altri disastri climatici

I disastri climatici rappresentano uno dei fenomeni più gravi che l’umanità debba affrontare. Ma tra le comunità umane non esiste una chiara ed evidente concezione di ciò a cui si sta andando incontro, ossia la possibile estinzione degli essere viventi, uomini e animali.

La Marmolada

Il 3 luglio 2022, numerosi frammenti di ghiaccio e sassi si sono staccati dal ghiacciaio della Marmolada, il più esteso delle Dolomiti e sono scesi verso valle.

È stata un’enorme valanga che ha travolto tutto e ha provocato 11 vittime.

Le operazioni sono ostacolate innanzitutto dal rischio di nuovi crolli e dalle temperature sempre più alte. La comunità di Canazei è attonita di fronte all’immane tragedia che ha distrutto famiglie intere e commosso l’Italia intera.

Un po’ di dati

I ricercatori che osservano il ghiacciaio affermano che si è ridotto più del 70% in superficie e oltre il 90% in volume rispetto a 100 anni fa.

Sembra sia un fenomeno in continua accelerazione: l’aumento della temperature minima invernale è cresciuta di 1,5 gradi durante 35 anni di osservazioni.

Non tutti i ghiacciai presentano le stesse condizioni di pericolo che variano in funzione della temperatura ma anche della morfologia, delle pendenze, delle dimensioni e di altri parametri.

Collassi recenti si sono verificati anche in altre zone alpine, come ad esempio sul Monte Bianco o in Val Ferret.

L’ONU e i disastri climatici

Durante gli ultimi 20 anni, gli eventi climatici estremi sono aumentati di 5 volte rispetto ai 3 decenni precedenti e la frequenza continuerà a crescere, sotto agli occhi degli Stati impreparati e vulnerabili.

Si stima infatti che gli eventi estremi, nel 2030, arriveranno a essere 1,5 al giorno, ovvero 560 l’anno in tutto il mondo.

L’Undrr, l’agenzia delle Nazioni Unite per la riduzione del rischio dei disastri naturali e climatici avverte la presenza di una combinazione deleteria tra l’aumento degli eventi a forte impatto e l’inazione da parte dei governi che trascurano profondamente i delicati temi.

I disastri climatici hanno poi un impatto sui paesi in via di sviluppo: solo il 40% delle perdite legate ai disastri climatici dal 1980 sono state assicurate, spiega il rapporto dell’Undrr.

Uragano Harvey

Nel 2017, nel giro di poche settimane, l’uragano Harvey e Irma hanno devastato gli Stati Uniti, ossia la Louisiana e il Texas.

I danni peggiori sono stati registrati nella città di Houston.

La colpa però, non è da attribuire solamente ai cambiamenti climatici ma anche nella carenza di infrastrutture e progettazione di edifici.

Nella mancanza di una serie di regolamentazioni a favore di una maggiore resilienza e anche di misure emergenziali.

Risulta evidente il fatto di trovare numerose difficoltà economiche, sociali e organizzative nel programmare sistemi di sicurezza e prevedere i disastri.

La consapevolezza, supportata da dati e scenari a lungo termine, di disastri imminenti, deve risvegliare le coscienze e porle su uno stato maggiore di allerta, di cambiamento e innovazione.

D’altronde, Houston, come moltissime altre città, è stata soggetta a interventi di urbanizzazione selvaggia e cementificazione.

Gli scenari di Cina e India

I due principali protagonisti asiatici per emissioni sono Cina e India che al vertice delle Nazioni Unite COP26 hanno promesso di eliminare gradualmente il carbone.

Le emissioni di gas serra della Cina avrebbero superato per la prima volta quelle dell’intero mondo sviluppato anche se Pechino ha cercato di rafforzare la lotta per i cambiamenti climatici. 

Inoltre, la maggior parte dei paesi che in Asia affrontano un alto rischio di catastrofi sono quelli con la più alta quota di popolazione che vive al di sotto della soglia di povertà nazionale, ossia Filippine, Bangladesh, Myanmar, India, Indonesia, Pakistan e Vietnam nella regione Asia-Pacifico.

Happy ending

Sembra quindi non esserci via di scampo o perlomeno, non per tutti.

Eppure le soluzioni sono tante e anche immediate.

Basterebbe iniziare dai piccoli gesti quotidiani, come ad esempio risparmiare il più possibile l’acqua, invogliare le comunità nel riciclaggio, nella salvaguardia del proprio territorio.

Occorre mettere da parte il proprio egoismo, la propria ingordigia e iniziare a pensare che il profitto più grande è la nostra terra, non c’è un altro pianeta su cui costruire il proprio futuro e probabilmente mai ci sarà.


Fonti

repubblica.it

focus.i

rinnovabili.it

Credits

copertina

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