Pensioni: tra diritti e misfatti

Le pensioni, come altri istituti di welfare, nascono in Europa tra Ottocento e Novecento per rispondere ai nuovi bisogni delle classi sociali emergenti. La società dell’epoca era, infatti, in forte trasformazione. Si stava passando da un mondo contadino, composto da famiglie polinucleari in cui le donne adulte si prendevano cura di anziani e bambini, a famiglie mononucleari di lavoratori salariati. Il ché, unito all’innalzamento della speranza di vita, creava il problema del sostentamento economico dei lavoratori divenuti troppo anziani per lavorare.

Ascesa e declino

Nel corso dei decenni, tra i vari paesi, si sono sviluppati diversi modelli di previdenza sociale. In generale, tuttavia, possiamo affermare che dal secondo dopoguerra in avanti si è verificato un trend espansivo dell’assistenza pensionistica e della relativa spesa. In Italia tra gli anni Settanta e Ottanta si è assistito al fenomeno dei cosiddetti “baby pensionati“: lavoratori che, grazie a un quadro normativo favorevole, avevano la possibilità di andare in pensione anche prima dei cinquant’anni.

La crisi del sistema Italiano

A partire dagli anni Novanta, tuttavia, questo modello iniziò ad andare in crisi. Le spese per lo Stato divennero insostenibili a causa del sempre maggior numero di pensionati da mantenere e sempre meno contribuenti attivi. Il modello previdenziale retributivo presente in Italia fa in modo che siano i lavoratori a finanziare le pensioni di anzianità mediante i propri contributi sociali. Questo modello diventa insostenibile nel momento in cui il rapporto numerico tra pensionati e lavoratori diviene più favorevole ai primi. In Italia e nel mondo occidentale sta avvenendo proprio questo, conseguentemente al generale invecchiamento della popolazione. Inoltre, i vincoli finanziari comunitari e il mutamento della struttura economica contemporanea, con maggiore disoccupazione e precarietà strutturale, hanno reso il quadro ancora più complesso.

Fornero e quota 100

Dopo una serie di riforme parziali, la legge Fornero del 2011 segna un passo verso il sistema contributivo e un generale innalzamento dell’età pensionabile. L’effimera e populista riforma varata dal Governo Conte I denominata “quota 100” non ha cambiato granché il quadro strutturale delle pensioni in Italia. In sintesi, in questo momento l’età pensionabile è molto alta per chi deve andare ancora in pensione, mentre vi è un enorme numero di pensionati in età relativamente giovane che godono del proprio diritto acquisito costituzionalmente intoccabile. La spesa pensionistica corrente rappresenta infatti la principale voce di uscite nel bilancio dello Stato.

Le pensioni oggi: un miraggio dibattuto

Arrivando all’oggi, in Italia le pensioni hanno un particolare status di zavorra per il bilancio pubblico, vista la platea di beneficiari, e di miraggio per chi ancora lavora o si trova, suo malgrado, in una condizione di disoccupazione. I giovani, in particolar modo, iniziano spesso a lavorare in età molto avanzata; spesso a seguito di una lunga “gavetta” fatta di stage non pagati, contratti irregolari ed altre forme di sfruttamento legalizzato. Per cui, con le leggi attualmente in vigore e con la prospettiva di un ulteriore inasprimento delle condizioni per accedere alla pensione nei prossimi decenni, essa appare sempre di più come un miraggio. Rappresenta, molto probabilmente, l’ultimo dei pensieri di un giovane lavoratore o in cerca di lavoro, ma non per questo può essere considerato meno grave di altri.

Conflitto generazionale o guerra tra poveri?

Negli ultimi mesi, il dibattito attorno alla questione pensionistica si è inasprito. Molti partiti ed esponenti politici, spesso aventi idee economiche neoliberiste, hanno cercato di impostare una narrativa improntata sullo scontro generazionale. Secondo costoro gli interessi dei lavoratori anziani che domandano un pensionamento anticipato e quelli dei giovani lavoratori o disoccupati sarebbero confliggenti. I primi sottrarrebbero, infatti, risorse che potrebbero essere destinate ai secondi per politiche occupazionali o di welfare. Il conflitto è però in questo caso creato e raccontato ad hoc ai fini di una narrazione che può essere letta anche come una “guerra tra poveri“: sia i lavoratori anziani che i giovani sono infatti categorie sociali in difficoltà che necessitano di aiuto e sostegno da parte dello Stato e del tessuto economico. Se si sceglie di guardare la realtà attraverso una prospettiva differente si può notare come la distribuzione ineguale di reddito non segua necessariamente queste categorie.

Conflitto verticale e conflitto orizzontale

In Italia, così come in molti altri paesi, vi è infatti un quadro economico in cui pochi individui detengono la maggior parte della ricchezza, mentre la maggioranza si trova in condizioni di relativa difficoltà. Il conflitto economico, se esiste, ha più senso interpretarlo in senso verticale tra queste due categorie, piuttosto che in senso orizzontale tra fasce anagrafiche. Politiche redistributive come una imposta patrimoniale per gli individui più abbienti, una seria lotta alla maxi evasione fiscale e una rivisitazione delle aliquote IRPEF potrebbero infatti portare risorse sia per i giovani che per i lavoratori anziani.

 


Fonti:

www.covip.it

www.borsaitaliana.it

www.pmi.it

www.lavoro.gov.it

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