L’arte è un campo innocente?

Jan Fabre è un coreografo, artista visivo, performer e regista nato ad Anversa. L’apprezzamento di cui gode anche in Italia è segnalato da una mostra che Napoli ha ospitato dal 30 marzo al 15 settembre 2019 su quattro sedi prestigiose:  Museo e Real Bosco di Capodimonte, la chiesa del Pio Monte della Misericordia, il Museo Madre e la galleria Studio Trisorio. Ma anche il premio Ubu, uno dei più importanti premi teatrali italiani, assegnato da alcuni dei più noti critici nostrani al talentuoso attore Lino Musella – pur protagonista quest’anno e nelle scorse stagioni di alcune delle più interessanti produzioni nazionali – per The Night Writer, l’ultimo lavoro dell’artista belga. Un’occasione che, fuori da ogni valutazione sul merito dell’interprete, il cui valore artistico e personale non è in discussione, ha spinto tuttavia un gruppo di artisti, addetti ai lavori e performer, a una riflessione che ha a che fare con l’uso del corpo altrui, e quindi del potere. Si chiede il gruppo, che nei giorni immediatamente seguenti alla premiazione ha emesso una nota sottoscritta poi da centinaia di colleghe e colleghi: “l’arte è un campo innocente?”

La figura di Fabre, infatti, porta oggi con sé una vicenda problematica. Scrive il collettivo:

Nel settembre 2018, il coreografo Jan Fabre è stato pubblicamente accusato da 20 sue/suoi ex collaboratrici/tori della Compagnia Troubleyn di usare un comportamento ricattatorio e violento, con gradienti di intensità diversi, non di rado sfociati in abusi sessuali, molestie, meccanismi di ricatto, e sempre rivolti verso donne.

I performer infatti, sul sito della rivsta belga “Rekto:verso”, avevano raccontato di come “Fabre avesse l’abitudine di mortificare le donne con commenti apertamente sessisti oppure commenti inappropriati sulla loro fisicità Gli artisti dichiarano che Fabre abbia invitato alcuni di loro a casa sua con il pretesto di provare lo spettacolo e lì abbia tentato un approccio di natura sessuale. Di fronte al rifiuto di una prestazione sessuale, Fabre avrebbe ridimensionato notevolmente il ruolo degli artisti nello spettacolo. Non solo, ma coloro che hanno rifiutato le avances sessuali sarebbero stati bersaglio di molestie morali e persino di aggressioni al punto da dover in più casi far ricorso ad un sostegno psicologico per i traumi subiti”, come riporta la rivista italiana Artribune. Accuse a cui il coreografo ha risposto con un comunicato, deplorando come lo scambio sia avvenuto esclusivamente per via mediatica e rispondendo con un laconico “Nella lettera aperta leggiamo varie storie riguardanti il ​​modo di lavorare di Jan Fabre. Non è un segreto che Jan abbia una forte personalità e uno stile semplice come regista. Tuttavia, questo non significa che ci sarebbero casi di molestie sessuali”.

Il lavoro di Fabre è spesso provocatorio e sopra le righe. Scrive un critico, nel contesto di una lunga riflessione su Il Tascabile che

dai suoi spettacoli, fuoriesce l’idea che il corpo dell’attore sia un oggetto asservito interamente alla creazione. Ma nella riduzione a segno dell’attore si innesca necessariamente una reificazione, in certi lavori di Fabre, perché il contesto dell’immaginario è differente. È la triade scandalo/sesso/provocazione, unita all’utilizzo degli artisti come oggetti-corpi, a spingere irrimediabilmente verso le reificazione, e non per volontà di Fabre, ma perché quello spazio di immaginario è oggi inestricabilmente connesso ai grandi conflitti che sul corpo si giocano: libertà o controllo, espressione fluida o codificazione imposta, riappropriazione di soggettività da parte dei soggetti oggettificati o marginalizzati (nello spazio pubblico dominato dall’immaginario eterosessuale maschile, principalmente le donne nel primo caso e le persone non etero nel secondo).

La peculiarità del suo lavoro potrebbe quindi indurre alcuni a porsi nuovamente domande ineludibili in ambito artistico: “quanto è permesso a un artista in ragione del suo lavoro?” E, di conseguenza, “quanto l’artista deve essere isolato dall’uomo?” Un tema che si pone ogni volta che ci si sofferma sulle biografie di autori noti: come relazionarsi all’antisemitismo di Celine, alla prossimità al nazifascismo di Pound, fino alle accuse mosse a Roman Polanski e Woody Allen? Ma è proprio questo, il punto?

A questa osservazione il collettivo risponde con una riflessione di respiro differente:

In Belgio, le/i danzatrici/performer che sono arrivat* a denunciare, l’hanno fatto costruendo un percorso collettivo, che non ha fatto del caso di Troubleyn un’eccezione, ma ha messo in relazione le molestie sessuali con i salari bassi, con il sessismo e con l’abuso di potere nei luoghi di produzione. Una visione sistemica che condividiamo.

Ci interessa – come performer, lavoratori/trici dell’arte, artist* posizionati politicamente – prendere parola su questo caso per affrontare alcune questioni che segnano il nostro fare e il nostro sistema di relazioni. Innanzitutto, il nesso tra violenza, sessismo e precarietà lavorativa. In Italia, la mancanza di welfare per le/i lavoratori/trici dello spettacolo aggrava una situazione sempre più difficile, in cui vengono tagliati fondi ai festival, ai teatri, alle compagnie e alle/gli artist* che svolgono un lavoro più di ricerca. Questa precarietà economica ci rende più vulnerabili, e più espost* nelle relazioni professionali.
Uno dei temi che è sul tavolo riguarda proprio i rapporti di potere: esistono rapporti di lavoro simmetrici all’interno del variegato mondo della produzione culturale teatrale? Sono simmetrici i rapporti tra curatori/trici e artist*? Tra programmatori/trici e artist*? Tra programmatori/trici e critic*? Quelli tra artist* e critic*? Quelli tra regist* e performers, danzatori, danzatrici?
O potremmo dire altrimenti: chi è sistematicamente fragile? Chi è ricattabile? Chi può dirsi liber* da legami di potere che condizionano la libertà con cui si prende parola nella sfera pubblica?

[…]

Vorremmo smontare un argomento insidioso, e rompere la retorica secondo cui porre il problema equivale a fare censura. L’unica censura è quella che omette la violenza, che non riconosce le parole dei soggetti che la violenza la subiscono e la denunciano. La questione non è valutare le opere, ma valutare le pratiche e le forme di relazione. Il problema non è de Sade che descrive atti sessuali violenti. (…) Noi non censuriamo, mettiamo i nostri corpi in scena, parliamo di sessualità e desiderio, mettiamo in discussione i binarismi di genere, ci esponiamo con tutta la pelle. La questione non è la censura, la questione è cancellare dal discorso le pratiche e gli atti ritualizzati della violenza, dati per acquisiti e irrinunciabili. È davvero necessario fare violenza per creare? Davvero non si possono creare lavori di qualità altrimenti? Ci sembra solo un modo per romanticizzare la violenza. La qualifica di artista non può essere un sigillo di privilegio, non può autorizzare a pratiche di potere in cambio della qualità del prodotto: è tempo di aprire un discorso su come il privilegio si produce e si riproduce anche nelle pratiche culturali.

I discorsi che si agitano attorno alla questione-Fabre ci riguardano perché parlano di economie, rapporti di potere, sistemi produttivi, rappresentazioni egemoniche, modalità e ambiguità del lavoro artistico. (…) Far traballare collettivamente l’autorità patriarcale potrebbe (dovrebbe) essere riconosciuta come pratica, se non liberatoria, quantomeno di attrito e riscatto dalla maschilità tossica, per tutt*. E invece no. Chiedersi perché è allo stesso tempo domanda retorica e invito ad affacciarsi con sguardo sistemico al panorama culturale italiano nel quale siamo inserit*.

L’arte – la pratiche artistiche, il fare culturale – per noi non è uno spazio neutro né innocente. Non è una zona di privilegio né di eccezionalità: è fatto di precarietà, lavoro non pagato, egemonie politiche e culturali, relazioni asimmetriche, di modalità competitive, verticiste, patriarcali, narcisiste ed eteronormate. Non è separato dal mondo, ma interconnesso. È dunque per noi uno spazio anche di conflitto, dove mettere in discussione l’esistente e tentare altro. Come artist* conosciamo benissimo la violenza – sottile o esplicita – che si esercita sui nostri corpi, dentro e fuori gli spazi artistici, e anche sulle nostre parole quando prendiamo parola, silenziandoci. Non invochiamo azioni giustizialiste: ciò che vogliamo segnalare è l’intreccio delle relazioni sociali, la maschilità tossica, la costruzione di subalternità, la violenza che nutre la famiglia e le relazioni tra sessi. Vogliamo scoperchiare quei meccanismi sistemici che continuano, indisturbati, ad alimentare le tecniche della violenza, della precarietà, della tossicità.

Quella tossicità e violenza su cui, ancora oggi, continua a fare perno e potersi riconoscere ogni forma di neofascismo.


FONTI:

Napoli
Accuse
Critico
Collettivo

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