Spotify, il nuovo mostro dell’industria musicale (Parte 1)

Una panoramica sul fenomeno svedese Spotify, tra storia, sviluppi, controllo e sfruttamento dell’industria musicale.

Nell’antichità, precisamente durante il periodo greco, uno storico di nome Polibio elaborò la teoria dell’anaciclosi.

Prendendo in analisi l’evoluzione ciclica dei regimi politici, che evolvendosi e deteriorandosi, si susseguirebbero nel tempo secondo un andamento circolare, Polibio concluse che si sarebbero ripetuti dall’ultimo al primo stadio e viceversa. Tutto ciò in una pedissequa e infinita ripetizione.

Adesso facciamo un grande balzo in avanti, giungendo al non troppo lontano 2006 e prendendo in oggetto la distribuzione musicale dell’industria globale.

In molti pensando a quel tempo ricorderanno il fenomeno della pirateria virtuale: molteplici piattaforme, siti e programmi come utorrent, emule, JDownloader etc., ogni giorno consentivano di scaricare illegalmente milioni e milioni di file.

Tutto ciò eludendo i costi di vendita, i diritti o royalities degli artisti, e i conseguenti incassi sia per i venditori, che per gli autori.

Si trattava di una rete abusiva, apparentemente incontrastabile: basava la sua forza sia sulla grande mole di programmi, software, e piattaforme alle quali poter attingere, che sulle esigue risorse a disposizione degli organi di tutela e controllo. Questi avevano l’incarico di prevenire e contrastare il fenomeno.

Uno scenario, che, ritornando al sopracitato metodo di Polibio, ha non poche similitudini con il regime oclocratico. Si caratterizzava, dunque, un controllo precario del sistema, scatenante caos, disomogeneità e sregolatezza ai danni dell’allora industria musicale.

La creazione Spotify

In quegli anni, a Stoccolma, Daniel Ek e Martin Lorentzon intuirono il momentaneo buco disorganizzativo all’interno del sistema, e decisero d’accordo con alcune tra le più importanti etichette discografiche, di eluderlo e contrastarlo. Fecero ciò creando una piattaforma di streaming on demand: Spotify.

L’idea, semplice ma efficace, consisteva nel fornire agli utenti un accesso gratuito alla pari dei servizi di pirateria illegale.

La differenza, che segnerà in positivo e negativo la brand awareness dell’azienda, consisteva nel fatto che i brani, in questa nuova piattaforma, erano già presenti e disponibili a portata di click. Al contrario, invece, dei vecchi sistemi di download che richiedevano la selezione manuale di ogni brano, al fine di scaricarlo.

L’immediata reperibilità e accessibilità ai dati, da quel momento, traccerà un marchio indelebile. Cambierà per sempre le strategie comunicative, il marketing e la percezione dell’industria musicale.

Nel 2011, tre anni dopo il lancio del servizio, la piattaforma contava già quindici milioni di brani, selezionati per lingua e genere e a disposizione di tutti. Tuttavia, alcuni artisti, dato di cui si parlerà successivamente, non acconsentirono di essere inseriti all’interno del servizio.

Monopolio

Nel giro di dieci anni, Spotify giungerà ad avere un fatturato annuale complessivo di quattro miliardi di dollari, con cifre da 138 milioni di abbonati premium annuali.

Sono indici impressionanti alla soglia del 2022, che posizionano l’azienda svedese non solo come caposaldo nel panorama mondiale d’industria musicale, ma anche come giudice giuria e boia dei suoi sviluppi.

Una macchina da soldi che potendo contare sui suoi numeri e interazioni, mette da parte i veri protagonisti. Le etichette e gli artisti.

Dati alla mano, la paga di un artista, corrisponde a circa 0,0043$ per ascolto che superi una certa soglia di secondi: quindi 4,3 $ per 1000 ascolti, meno di 4 euro.

Una miseria se si considerano i costi di creazione di ogni brano. Partendo dalla stesura passando alla registrazione, alla produzione, al missaggio e promozione, i costi possono variare dalle centinaia alle migliaia di euro, in base alla qualità.

Scenario, riferendoci un’ultima volta alla teoria dell’anaciclosi, che ha traghettato la situazione degli ultimi anni da un caos Oclocratico, a un regime dittatoriale.

Ostruzionismo delle playlist

Ad aggravare la situazione, come se non bastasse, è l’introduzione di un cosiddetto “ostruzionismo delle playlist”. Di cosa si tratta?

La priorità per ogni artista emergente, e non solo, in un sistema tecnologico odierno, è costituita dalla visibilità: l’opportunità garantita dalla piattaforma di poter essere scoperti, ascoltati o posti in evidenzia dalla fetta di utenza più affine al genere.

Le playlist di genere più rilevanti, e di conseguenza seguite da grandi quantità di ascoltatori, hanno negli ultimi anni instaurato una sorta di racket.

Un racket per il quale l’artista o l’etichetta discografica che ne fa le veci, per poter mettere in evidenza il proprio lavoro e quindi ottenere visibilità, deve pagare un tariffario. E ciò prevede:

  1. Un posizionamento del proprio o dei propri brani all’interno della playlist, che può essere tra le prime o le ultime posizioni, a seconda della somma investita.
  2. Una quantità di ascolti o streams garantiti: il più delle volte generati da bot, quindi inorganici.
  3. Un periodo di durata del posizionamento, per riuscire ad aggiornare continuamente la propria playlist e creare un flusso di guadagno costante
  4. Un numero di utenti ascoltatori garantiti che il più delle volte sono casuali e non targettizzati al genere dell’artista.

 

 

Fine prima parte.

 


Fonti:

wikipedia.org

superprof.it

rockit.it

Credits:

Copertina

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