Dove è ancora in vigore la pena di morte: parte prima

La pena capitale è attualmente in vigore in 56 Stati del mondo. Nel 2019 sono state condannate a morte 657 persone in 20 Paesi. Di questi, il maggior numero di esecuzioni è registrato da Cina, Iran, Arabia Saudita, Iraq ed Egitto.

Pro e contro

Da sempre si trova al centro del dibattito sul concetto di giustizia e pena: la pena di morte è stata una pratica punitiva costantemente presente nella storia e ha plasmato il sistema giudiziario delle società moderne. Numerosi sono tutt’ora coloro i quali si schierano in difesa della pena capitale. Le argomentazioni hanno come tesi centrale il ruolo di deterrente dell’esecuzione e che essa serva quindi a ridurre il numero di crimini commessi. Diversi studi hanno dimostrato come, tuttavia, non svolga alcun ruolo nella prevenzione dei reati, compresi quelli di natura violenta. E, al contrario, è stato dimostrato come la pena di morte influenzi negativamente l’incidenza degli omicidi negli Stati del Nord America nei quali ancora vige.

La controparte, di stampo abolizionista, ha posto l’accento sulle caratteristiche estremamente discriminatorie di questa pratica e le motivazioni per la quale dovrebbe essere abolita. La pena di morte, in primo luogo, viola il diritto alla vita riconosciuto dalla Dichiarazione dei Diritti Umani. È frutto di un sistema, quello giudiziario, intrinsecamente razzista e classista. Si tratta, infine, di una sentenza irrevocabile e numerosi sono stati i fatali errori compiuti dalla giustizia nel condannare persone innocenti. A supporto dell’abolizione della pena capitale, studi hanno messo in luce la fallace natura di questa istituzione. Dal 1989, più di duecento persone condannate a morte sono state scagionate dopo il ritrovamento di prove che potessero dimostrare la loro innocenza. Ad altri non è stata concessa la stessa opportunità e migliaia sono stati uccisi ingiustamente.

Paesi abolizionisti

Numerosi sono i Paesi che hanno commutato la pena capitale in ergastolo. Dei 141 Stati è possibile distinguere quelli completamente abolizionisti, dove non è prevista in alcuna istanza. Molti altri l’hanno mantenuta per i reati eccezionali, commessi in tempo di guerra. Gli abolizionisti de facto sono, invece, le nazioni che, pur mantenendo la pena di morte a livello giuridico, non la applicano da più di dieci anni. L’Italia abolì definitivamente le esecuzioni nel 1994, per i crimini comuni e militari.

L’America

Nonostante non rientri, dal 2019, nei cinque Paesi per il numero di esecuzioni, gli Stati Uniti hanno un lungo retaggio di violenza e ingiustizia.

Di natura coloniale, la paternità dell’istituzione della pena di morte in America si deve agli Inglesi. La prima esecuzione registrata fu nel 1608. Dal 1612 venne introdotta anche per reati minori, come il furto. Un secolo dopo, prese vita uno dei primi movimenti abolizionisti, grazie alle opere di pensatori illuminati come Voltaire. Sarà però Cesare Beccaria, con il suo “Dei delitti e delle pene”, pubblicato per la prima volta nel 1767, a dare rinnovata autorità e voce al movimento. Il saggio ebbe un enorme impatto sulle menti dell’epoca, risonando fino in America dove si ebbe il primo tentativo di riforma. Thomas Jefferson tentò di introdurre, infatti, una norma che limitasse le esecuzioni; tuttavia, in mancanza di voti, la proposta non venne mai messa in atto. Da allora, la pena di morte subì drammatici cambiamenti nei quattro secoli successivi alla sua istituzione.

La costante razziale

Anche dopo l’abolizione della schiavitù del popolo nero, nel 1865, il sistema giudiziario americano continuò a operare come nulla fosse cambiato. Profondamente radicato nella società, era infatti il concetto di poter disporre della vita umana considerata inferiore. La sistematica oppressione delle minoranze ebbe concreto riscontro nel numero di condannati a morte di origine afroamericana nelle aree geografiche nelle quali la schiavitù era stata parte significativa dell’economia. Gli Stati del Sud, nei quali la concentrazione del fenomeno dello schiavismo era largamente superiore, la pena di morte veniva utilizzata come metodo di intimidazione a livello sociale per poter soggiogare la popolazione nera. Con l’istituzione delle leggi Jim Crow e l’avvento della segregazione razziale, le condanne a morte mutarono la loro natura, divenendo di tipo civile. Ebbe inizio un sanguinoso periodo di linciaggi nei confronti degli ex-schiavi.

Numerosi studi hanno dimostrato come la componente del pregiudizio di tipo razziale abbia influenzato negativamente le condanne. Lo stato dell’Alabama, dove ancora vige la pena di morte, presentava negli anni Novanta, una significativa disparità tra i detenuti. Il death row, braccio della morte, era composto al 47% da neri, quando essi costituivano soltanto il 25% della popolazione statale. Nonostante soltanto il 6% dei crimini commessi da afroamericani era a scapito della maggioranza caucasica, il 60% di loro veniva condannato a morte. Attualmente, più del 65% delle persone giustiziate in Alabama sono stati uomini neri. Nel 1930, in Georgia, uno dei 56 Stati nei quali è in vigore la pena capitale, di 366 esecuzioni l’81% erano di persone nere. L’etnia costituiva la caratteristica fondamentale sulla quale si basava la condanna o l’assoluzione.

(un)justice system

Il moderno sistema giudiziario americano sembra voler perpetrare, ancor oggi, la crudeltà del pregiudizio razziale. Per ogni uomo bianco vengono condannati a morte più di dieci uomini afroamericani. Secondo alcuni dati, risalenti al 2002, solo dodici persone furono sentenziate quando l’imputato era di origine caucasica e la vittima nera. Al contrario, vennero uccisi 178 imputati neri accusati di omicidio di un uomo bianco. A oggi, gli Stati nei quali è ancora in vigore la pena capitale sono 29 e più della totalità delle esecuzioni del 2019, secondo i dati di Amnesty International, ha avuto luogo in Texas.

 

Fonti:

Escholarship.org

Amnesty.it

Aclu.org


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