La condanna a Mimmo Lucano

Dove tutto iniziò

Per discutere e analizzare la condanna di Mimmo Lucano è necessario a mio avviso riavvolgere il nastro e partire dall’inizio.

Mimmo o’ Curdu, così soprannominato dalla popolazione locale, è un abitante di Riace, piccolo paese della Calabria. Attivista e sindaco del paesino, cerca di farlo rinascere e di conseguenza di ripopolarlo. Riace stava ormai per diventare un paese fantasma, vuoto, senza anima. Domenico, nome di battesimo di Lucano, iniziò così nel 1998 ad aprire le porte delle tante case lasciate vuote dalla gente emigrata a nord e iniziò ad ospitare profughi e migranti. Non solo, oltre a questa fase di accoglienza, Mimmo si diede da fare anche dal punto di vista dell’integrazione mettendo a disposizione spazi, laboratori e finanziando attività per il bene dei nuovi arrivati.

Migliaia di immigrati passarono per le strade di Riace e molti di loro decisero di fermarsi e abbracciare il cosiddetto modello di Riace. Fu così che il paese tornò a vivere. In poco tempo l’esempio e la costanza di Lucano fanno il giro del mondo, tanto da inserirlo nella classifica dei 50 politici più influenti del mondo. Per molti in Italia è un esempio, un punto di riferimento, per altri, soprattutto gli esponenti di destra, è uno sfruttatore, un folle.

L’inchiesta

Quella che sembra una favola dei giorni nostri, cioè la rinascita di un borgo ormai abbandonato, rivitalizzato dalla povera gente che arriva in Italia per rifarsi una vita aiutata da un locale dal cuore grande, si interrompe sul più bello. Nel 2018 la Guardia di Finanza emana un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari per Mimmo. Le accuse? Di tutto e di più: abuso d’ufficio, truffa ai danni dello Stato, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e altro ancora.

Da quella data in poi la situazione si è fatta sempre più difficile a Riace. Le sovvenzioni venivano meno o addirittura vennero bloccate, la gente iniziava a dubitare e addirittura i turisti che venivano in massa per assistere al Modello di Riace iniziavano a scomparire.

La condanna

Arriviamo così ai giorni nostri. Precisamente il 30 settembre 2021, quando il giudice condanna l’ex sindaco ad una pena di 13 anni e 2 mesi di reclusione. Una pena che ha spiazzato tutti. Da Domenico stesso all’opinione pubblica, fino agli avversari in Tribunale. Una pena sproporzionata secondo molti, addirittura il doppio di quella che avevano chiesto il pubblico ministero e il procuratore di Locri.

I motivi? Sintetizzando, secondo l’accusa, attraverso il modello di Riace, Lucano era riuscito ad aggirare la legge per favorire per esempio il conseguimento di erogazioni pubbliche, oppure per ottenere dei tornaconti politici ed economici. Una serie di accuse molto ampia, insomma, sommata anche a delle critiche in merito ai suoi metodi organizzativi e amministrativi.

Modello Riace

Questa storia non si conclude con la sentenza analizzata sopra, visto che si tratta solo del primo grado di giudizio. Andando avanti sapremo quale sarà, o se verrà fatta cadere, la pena definitiva per l’ex sindaco.

Lasciando da parte gli aspetti giudiziari della vicenda, cosa possiamo dedurre da tutta questa situazione?

Se affrontiamo il tutto dall’aspetto puramente umano e sociale, rimaniamo delusi dal “modello Italia”, ovvero da questo modello che sembrerebbe condannare una persona che ha fatto dell’accoglienza, dell’integrazione e della rinascita la sua filosofia di vita; un uomo che è riuscito quasi dal nulla a rivitalizzare una parte del nostro Paese e a dare speranza concrete di una vita migliore a centinaia di profughi.

Ora, sembrerebbe quasi appurato che vi erano delle falle dal punto di vista strettamente burocratico e organizzativo. Detto in parole povere: l’amministrazione delle attività di Lucano era confusionale e caotica. Che non presuppone assolutamente fosse illegale, mafiosa, o creata per estorcere denaro. C’è quindi da confermare o meno che queste mancanze siano frutto di un errore umano non voluto o se invece facevano parte di una sorta di progetto per aggirare la legge.

Possibili rischi

Ovviamente si parla di legge, e perciò indipendentemente dal simpatizzare o meno una persona, se ha sbagliato deve pagare in base al nostro ordinamento. Questo quindi non significa certamente chiudere un occhio nel caso avesse commesso dei reati gravi, seppur abbia risollevato un paese e una comunità. Ma nel caos burocratico italiano non si può dimenticare la missione di Lucano, cioè di rivitalizzare una comunità e costruire una vita migliore per immigrati e rifugiati. Missione che aveva raggiunto e che stava continuando a portare avanti fino ad oggi.

Il rischio da una parte è che così facendo sembrerebbe si voglia demolire questo modello “privato” di assistenza ai migranti o semplicemente ai più bisognosi. In uno Stato come il nostro, dove immigrazione e relative vicissitudini sono al centro della politica e dell’opinione pubblica, è sempre difficile dare e trovare spazio a progetti come quelli di Domenico. Oltre al fatto che, in mancanza degli ulteriori gradi di giudizio per la sentenza definitiva, si rischia di gettare nella gogna mediatica chi voleva fare realmente del bene per gli altri.


Fonti

ansa.it

ilpost.it

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