La libertà di non prendere posizione

Da che parte stai?

Di fronte alle infinite notizie che ogni giorno ci ritroviamo a leggere o ascoltare ognuno di noi si fa apparentemente un’idea personale in merito a esse.  Che siano fatti di cronaca, oppure news di tipo politico-economico, la maggior parte delle persone tende ad assumere quasi immediatamente una posizione in merito alla notizia che viene riportata alla sua attenzione. Un meccanismo apparentemente normale e automatico potrete dirmi. E in effetti è così. Ma siamo sicuri che tutti gli individui che popolano questo mondo prendano posizione sugli argomenti che la vita ci propone?

Ovviamente non si può sapere tutto di tutto e per questo qualsiasi essere umano ha dei temi sui quali non può o non vuole informarsi in ragione di forze maggiori. Ma escludendo questa sorta di “non presa di posizione accettabile”, anche sui temi maggiormente discussi e in voga c’è qualcuno che non sente la necessità di schierarsi o solamente farsi idee al riguardo.

Quello che ci chiediamo, oltre al fatto se sia davvero possibile anche psicologicamente non farsi nessun tipo di idea o opinione quando leggiamo o sentiamo notizie, è se questa presunta assenza di presa di posizione sia corretta, di diritto o giusta?

Libertà di decidere

Da un certo punto di vista, se ci concentriamo sul tema della libertà, potremmo dire semplicemente che ognuno è perfettamente libero di non farsi nessuna opinione e di non schierarsi. Perché obbligare qualcuno a dire da che parte stare? Il discorso potrebbe chiudersi qui, ma lo vogliamo ampliare dal punto di vista partecipativo e sociale appunto.

L’assenza di opinione, di costruirsi un’idea o di schierarsi può sembrare di primo acchito anche qualcosa di positivo o comunque di non troppo disturbante. Ma se ampliamo gli orizzonti, questa assenza di posizioni, nuoce alla società nel suo complesso. Perché? Per vari motivi. Una società senza personalità, che non prende posizione e non fa sentire il proprio pensiero è un collettivo facilmente influenzabile e manipolabile.

Se ci disinteressiamo completamente di quello che accade intorno a noi corriamo il rischio che i nostri interessi e diritti vengano prevaricati in funzione di interessi altrui. Nel momento in cui tutto quello che ci passa sotto naso lo lasciamo scivolare via accompagnandolo con un “tanto non mi interessa”, ogni volta un pezzo dei nostri diritti viene meno e qualcun altro avrà la possibilità di decidere e pensare al posto nostro.

L’assenza di pensiero, opinione o idee mette in stand-by la nostra società. Essa non progredisce se siamo noi a fermare il motore dello sviluppo. I cambiamenti positivi di cui la nostra società necessità, e quelli che sono avvenuti nel corso dei secoli, sono possibili solamente se siamo noi ad attivarci per essi e quindi solo se noi ci mettiamo in campo per renderli reali. La soluzione, perciò, non è essere passivi, ma bensì attivi, partecipativi.

Parola alla Costituzione

Anche la nostra Costituzione in una certa maniera tratta il tema che stiamo affrontando. O meglio, essa afferma nell’Art 4 che: “[…] Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” L’ultima parte della frase è quella che combacia con quanto detto nel paragrafo precedente.

Tale articolo è ricordato maggiormente per il tema del lavoro, ma, nella parte che abbiamo citato, sottolinea l’importanza morale e materiale, e il dovere del singolo, di concorrere al progresso della società attraverso un’attività (come può essere il lavoro appunto) e una funzione.

Ciò significa che, anche la legge più importante dello Stato, mette in primo piano il dovere dei singoli di aiutare la società a migliorare e svilupparsi, attraverso una mobilitazione attiva; la quale può passare sia dal lavoro in sé, sia dall’impegno dei singoli a scendere in campo intellettualmente attraverso azioni che diano una mano a questo progresso citato. E tali azioni partono esclusivamente nel momento in cui siamo noi a prendere determinate posizioni, siamo noi a far sentire la nostra voce e il nostro pensiero e siamo noi ad attivarci.

Ma allora perché non ci si schiera?

I motivi di questa “insufficienza partecipativa” possono essere diversi. Sicuramente educazione e istruzione possono essere due fattori fondamentali nel processo di attivazione sociale e civile. Detto questo, se questi due vengono a mancare o sono insufficienti è facile che gli individui saranno meno propensi a schierarsi o esprimere il proprio punto di vista.

Un altro elemento da considerare è il fattore cognitivo. Informarsi, stare al passo con le notizie, approfondire, ricercare e altro ancora sono tutte azioni che richiedono uno sforzo importante per qualsiasi individuo. Perciò, molti, vista la fatica fisica e mentale che certe questioni richiedono, preferiscono non sprecare energie e lasciare che piuttosto siano gli altri a impegnarsi.

Altro fattore a mio avviso importante è il fatto che certe persone sono scoraggiate o sfiduciate dal complesso istituzionale che sussiste nel nostro Paese. Sicuramente non viviamo in un periodo in cui le istituzioni principali (partiti, sindacati, uffici pubblici ecc. ecc.) godono di una grande fiducia da parte dei cittadini. Questo impatta notevolmente sulla volontà o meno di questi nell’attivarsi e nell’impegnarsi a esprimere le proprie idee e opinioni.

In parole povere

Il succo del discorso è che sì, è possibile che qualcuno non senta il bisogno di schierarsi e prendere posizione e ha tutto il diritto di farlo. Se però intendiamo migliorare noi stessi e tutto quello che ci circonda è necessario, se non basilare, prendere parte a livello civile e sociale al sistema in cui viviamo. In poche parole, è nostro compito schiacciare il tasto ON delle nostre menti e lasciare quello OFF in disparte almeno per un po’.


Fonti:

senato.it

Credits:

copertina

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