Neocolonialismo contemporaneo: la situazione in Africa

Neocolonialismo: un termine, una definizione che non dovrebbe esistere, ma che, invece, riguarda propriamente la parte sviluppata del pianeta. Se da un lato nessun Paese esercita una forma di colonialismo politico, altrettanto non si può dire di un colonialismo economico o di altre forme.

Partiamo dalla definizione:

“Ogni forma di politica attraverso la quale Paesi capitalistici e industrializzati tendano a imporre la propria determinante influenza nella vita economica e politica delle ex colonie e in genere dei Paesi in via di sviluppo, per assoggettarli a un nuovo tipo di sfruttamento.”

Non è tutto più chiaro?

Partiamo dai numeri

Il neocolonialismo non consiste nella conquista militare di nuovi territori, ma nel comprare terreni stranieri per i propri interessi economici. Nel 2016 le imprese inglesi hanno acquistato un numero totale di circa 1,9 milioni di ettari. Per quanto riguarda l’Italia, l’impresa che acquista numerosi terreni in Africa per scopi produttivi è l’ENI. L’azienda, infatti, ha acquistato numerosi terreni in Mozambico per la produzione di biocarburanti.

Un esempio concreto: il Senegal

Vi ricordate delle proteste che hanno scosso e stanno scuotendo l’Africa occidentale? Ne avevamo parlato in questo articolo. Durante le contestazioni in Senegal per vicende politiche, la rabbia dei rivoltosi si è estesa anche ai simboli della penetrazione economica occidentale, o meglio francese. Numerosi centri commerciali Conad e distributori Total sono stati presi d’assalto. Il motivo è riconducibile proprio al fenomeno del neocolonialismo e della penetrazione economica nello Stato africano. L’azienda si è diffusa rapidamente in Senegal e i prezzi bassi che le catene della Gdo garantiscono hanno avuto un impatto significativo. I centri Auchan e i distributori Total, tuttavia, non sono gli unici esempi.

I mari africani

Le risorse ittiche dell’Africa occidentale si stanno esaurendo. Tutto ciò per lo sfruttamento che i pescherecci industriali europei e asiatici stanno perpetrando. La questione non si ripercuote solo dal punto di vista economico; il pesce rappresenta per tutto il Senegal circa il 75% del consumo proteico della popolazione. I mancati introiti dei pescatori senegalesi inoltre non hanno permesso alle loro famiglie di poter pagare la retta scolastica dei figli: il dramma diventa inevitabilmente sociale. La FAO, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione, afferma che una parte del pescato serve ad alimentare e sostenere l’industria dell’acquacoltura (allevamento acquatico di pesci, poi usati per scopri commerciali). Il pesce, quindi, viene usato per nutrire altri pesci e non per sostenere la popolazione senegalese.

Le terre rare: la nuova corsa all’oro

La nuova industria del XXI secolo è indubbiamente trainata da quelle che vengono definite terre rare. La loro importanza permette a chi detiene una posizione di dominio di far valere il proprio peso geopolitico e negoziale con ogni Stato del pianeta. La Cina, da questo punto di vista, è avvantaggiata. Circa il 60% delle terre rare è prodotto dalla Cina che da sola è in grado di raffinare circa l’80% della propria produzione, tanto che sia USA sia Unione Europea sono costretti a importare dalla Cina.

Il ruolo dell’Africa

In Africa sono presenti diversi depositi di terre rare, in particolare nella parte orientale. Questo permetterebbe all’Africa di emergere come nuovo produttore mondiale delle preziose risorse. Tuttavia, gli ostacoli sono molteplici. In primo luogo, ci sono le odierne leggi di mercato, la produzione costa e queste risorse sono di assoluta importanza politica.

USA e Unione Europea

I Paesi occidentali sono determinati a ridurre la dipendenza dalla Cina, tanto che nel 2019 il dipartimento della difesa statunitense ha sostenuto progetti economici in Malawi e Burundi per assicurarsi forniture regolari di terre rare; l’Unione Europea nel 2020 ha dichiarato di essere disposta a sancire nuovi accordi con diversi Paesi africani. Anche Australia e Giappone sono pronti ad allargare la propria presenza in Africa per il medesimo motivo. La questione rimane la stessa: quanto questa nuova corsa all’oro possa giovare ai Paesi africani e alle loro popolazioni.

La presenza militare straniera

La presenza militare delle grandi potenze mondiali in Africa chiarifica come queste vogliano difendere i propri interessi economici nel continente. La Cina è presenza militare fissa in Africa, ha partecipato attivamente con proprie navi militari all’operazione antipirateria nel Golfo di Aden nel 2008. Nei successivi dieci anni ha dispiegato continuamente i propri militari in operazioni di sicurezza marittima e nel 2017 ha aperto una base navale in Gibuti. Per gli USA, l’Africa è sempre stata importante per il contrasto al terrorismo internazionale. Negli ultimi anni, l’attenzione si è spostata alla competizione con le altre superpotenze. I militari americani sono presenza fissa in molti Paesi africani, sia come addestratori sia con vere e proprie basi militari avanzate per operazioni antiterrorismo.

 

Fonti:

Africarivista.it

Lifegate.it

Treccani.it

Truenumbers.it

Internazionale.it

Ispionline.it

Sicurezzainternazionale.luiss.it


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