Perché la cancel culture è un problema per la democrazia ed è giusto sterminare i suoi esponenti

Innanzitutto, che cos’è questa cancel culture 

A primo impatto, sarebbe lecito pensare che sia quella malsana e perversa iniziativa familiare, che porta a ritagliare dalle fotografie il figlio o la figlia dopo il suo coming out. 

A quanto pare non è proprio così. 

L’ideologia 

Il principio cardine della cancel culture è l’ostracismo in chiave moderna: ha già colpito Facebook, Instagram e Twitter, in futuro costringerà a togliere pure tutti i match su Tinder e, sì, poi approderà anche alla realtà, ma quella non se la caga più nessuno. 

Così ti ritrovi senza lavoro, senza supporto e, soprattutto, gli unici mi piace che riceverai saranno quelli di tua madre e di zia Ambrogina, che non vedi dal Natale del 2003, ma che ti vuole offrire “un’occasione lavorativa unica e irripetibile”. 

Qualcuno penserà che l’idea non sia così sbagliata: dopotutto, se una persona molesta, stupra, si dimentica di non riferire a parole i suoi commenti razzisti e magari accetta anche l’offerta di zia Ambrogina, è giusto che la società la abbatta, pisciando poi su quel che rimane. Anche perché l’altra opzione sarebbe quella di poter contare su un sistema giudiziario onesto: sai che palle non poter più insultare e pisciare su nessuno? 

Mi sa che non hai capito un cazzo 

Inizialmente, le persone, per dimostrare quanto la società faccia schifo, se la sono presa con le statue. 

Sì, esatto: la gente ha iniziato a vandalizzare le statue. Ascolta però: in alcuni casi si è trattato di gesti volti ad abbattere l’oppressione di cui le statue in questione erano simbolo. 

Ehm… va bene. 

Ecco adesso è sicuro che non hai capito un cazzo 

Ora la questione sta sfuggendo di mano e sono chiamati in causa elementi che forse non c’entrano un cazzo con l’idea di partenza. 

A quanto pare, in questo periodo si inizia a pensare che i grandi classici possano presentare connotati non propriamente politically correct. 

Qualsiasi persona con più di due sinapsi può capire agilmente che se un’opera risale a una determinata epoca rispecchierà una determinata corrente di pensiero, con valori fortunatamente diversi da quelli attuali. E invece no. 

I nuovi bersagli 

Il mirino adesso è puntato verso *rullo di tamburi*: 

  • Peter Pan: perché è razzista chiamare pellerossa i nativi americani, enfatizzando il tutto con una bella canzone. Invece che un ragazzino volante rapisca dei bambini per portarli nella sua casa perché si sente solo va bene. 
  • Dumbo: manca di rispetto agli schiavi afroamericani, costretti a lavorare nelle piantagioni. Tralasciamo, però, il trauma infantile derivante dal fatto che la madre di Dumbo sia stata incarcerata per aver difeso il figlio dai bulli, permettendoci inoltre di capire quanto la vita sia ingiusta. 
  • Gli Aristogattisono denigratori nei confronti degli asiatici, perché il gatto siamese, Shun Gon, suona con le bacchette e usa la L al posto della R. Ha poca importanza che il maggiordomo abbandoni nella campagna Duchessa e i suoi micetti. 

In conclusione 

A ben vedere, tutti i classici presentano componenti che ai giorni nostri possono far storcere il naso. 

Ma cancellare tutte le tracce di una trama scorretta non serve a una sega, perché l’insegnamento deriva proprio dalla storia stessa e il progresso mira a rendere migliore il futuro, imparando dal passato. 

Pensate seriamente che non far vedere a un bambino di sei anni Gli Aristogatti sia la soluzione, quando siete i primi a controllare di avere ancora il portafoglio in tasca dopo che un ragazzo africano vi passa di fianco?

La gente potrà ora obiettare, asserendo che il genitore potrà comunque guardare tranquillamente Peter Pan con il proprio frugoletto di cinque anni: semplicemente, a inizio video, comparirà un avviso ad avvertire della presenza di stereotipi. Viene da ridere, perché si può rispondere solo con un’espressione: “grazie al cazzo”.

Nella maggior parte dei film, infatti, sono inseriti stereotipi e il fatto che voi li riconosciate da soli significa che un avviso a inizio film che informi della loro presenza non serve proprio a nulla.

Eh, ma non tutte le famiglie sono buone e insegnano i sani principi ai propri figli.

Ma insomma: non sarà certo un avviso a inizio film a salvare un bambino che viene cresciuto da stronzi razzisti, misogini, sessisti, che per di più mangiano la rucola non per seguire una dieta salutare, ma perché gli piace veramente.

Se volete bene ai vostri figli, l’unico motivo per negargli la visione di Dumbo non è evitare il suo razzismo, ma il trauma che gli causerà facendogli capire quanto sia ingiusta la vita, indirizzandolo per la prima volta al suicidio.

Proibitegli anche Bambi. Se invece vi stanno sui coglioni, fategli vedere l’inizio di Up a ripetizione.

Quindi, sì: se rompete troppo i coglioni vi sterminiamo. Non state migliorando il pianeta: state nascondendo la polvere sotto un enorme tappeto.

 


Fonti: 

Cultura dell’annullamento

Credits:

Copertina 

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