Spotify, il nuovo mostro dell’industria musicale (Parte 2)

Spotify, il mostro mangia industria è tornato.

Avevamo concluso la prima parte di questa disamina all’interno dell’universo Spotify, parlando dell’ostruzionismo delle playlist, e del racket.

Il dubbio

Il posizionamento e la visibilità di un artista o di un suo brano dettati da un circolo vizioso di curatori, radio affiliate e raccolte varie.

E poi l’anaciclosi, la piattaforma che da fonte di liberalizzazione diviene in realtà una rete, che trattiene i pesci grandi, e lascia navigare quelli piccoli, in un oceano di incertezze.

Il tutto facendo leva su un semplicissimo dilemma, che con l’avvento della finta liberalizzazione dei mercati musicali, permea i pensieri di tutti gli addetti ai lavori.

Che senso ha lavorare a un brano cioè rifinirlo, strutturarlo, arrangiarlo, donargli le proprie emozioni, se non può essere ascoltato da quante più persone possibile!?

La domanda trova conforto nella sopracitata rete. Si! è possibile!

Come? Pagando. Alimentando il circolo, nella speranza, il più delle volte vana, che gli stream compensino le fatiche e gli investimenti affrontati.

Concorrenze

La legiferazione autarchica di Spotify pone le sue basi su delle sfumature, impercettibili per la stragrande maggioranza degli fruitori, ma ben conosciute e modellate a proprio favore da chi gestisce e trae vantaggio dall’enorme popolarità della piattaforma Svedese.

I punti o le sfumature chiave sono i seguenti e hanno tra loro in comune la stessa matrice di marketing economico.

La concorrenza

L’accesso gratuito della piattaforma è per molti anche uno svantaggio, soprattutto per artisti ed etichette emergenti che provano a far valere le proprie idee nell’industria discografica moderna.

“Si stima che ogni giorno su Spotify, vengano caricati all’incirca quarantamila brani, ovvero 280.000 brani alla settimana o circa 1,2 milioni di brani al mese per un totale in un anno di ben 14,6 milioni di tracce! Pertanto, al ritmo attuale, ogni tre anni e mezzo, Spotify aggiungerà oltre 50 milioni di brani al suo catalogo.”

Questa immensa mole di canzoni o album tra loro concorrenti risultano una fonte inesauribile di guadagno per l’azienda ed enti terzi satelliti a essa.
In quanto all’incirca il 40 percento degli autori, dato in crescente aumento nel corso degli anni, intraprendono la strada della sponsorizzazione, investendo appunto somme che a volte possono raggiugere le migliaia di dollari, al fine di estendere il proprio lavoro a un pubblico il più esteso possibile.

Il nuovo è già vecchio

La novità:

Il flusso frenetico e incessante di nuovi caricamenti ha ridotto di molto le tempistiche dei trend o tormentoni musicali.
Negli anni Sessanta e Settanta, le pubblicazioni di un brano o album potevano distanziarsi di anni, e l’apice di popolarità dei cosiddetti singoli poteva durare mesi o anni interi.

Al giorno d’oggi un singolo radiofonico particolarmente in voga può al massimo durare un paio di mesi. Questo perché l’industria viaggia a un ritmo tre quattro volte superiore a quello delle epoche Led Zeppeliniane e Beatlesiane ed esige continuamente nuova linfa per autoalimentarsi.

Costi di produzione

I costi

La disparità più evidente si manifesta invece nelle spese da sostenere per dare visibilità al proprio lavoro.
Spese uguali per tutti, piccoli o grandi artisti, con la differenza, abissale oseremmo dire, che i secondi usufruiscono del supporto delle majors, etichette multinazionali che puntualmente coprono le spese dei propri assistiti, per costi pari a decine di migliaia di euro. Insostenibili e inequiparabili ai budget di artisti alle prime armi.

In sostanza, il concetto chiave dietro la natura del mostro: dittatura mascherata da libertà.

Il caso Vulfpeck

C’è stata però, in questo scenario tragico, una band americana che potremmo nominare come i “Robin Hood dell’epoca Spotify”.

Un gruppo di virtuosi, considerati tra i maggiori esponenti planetari del funk, chiamati Vulfpeck, che nel 2014 misero a segno un colpo che stravolse i regimi della piattaforma.

La pubblicazione del “Sleepify“, un album contenente dieci tracce silenti di circa 30 secondi ciascuna, nelle quali appunto non c’era nulla, soltanto silenzio.

L’idea geniale, dietro questa uscita, fu quella di sfruttare i pagamenti, seppur bassi della piattaforma, riproducendo queste tracce su decine di computer per un totale stimato di 5,5 milioni di ascolti fasulli.

Che valsero al gruppo statunitense la somma di ben 20 mila dollari, coi quali finanziarono un tour al quale i fan potettero assistere gratuitamente.

Il bug del sistema fu successivamente riparato dai gestori della piattaforma che iniziarono a inserire sistemi che valutano le frequenze dei brani scovando ipotetici truffatori.

 


Fonti:

wikipedia.org

rockit.it

Credits:

Copertina

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